Quando senti parlare di “aumento pensioni”, l’istinto è quello di immaginare una boccata d’ossigeno immediata. Poi vai a fare la spesa, guardi le bollette, e ti chiedi: “Ok, ma di quanto parliamo davvero?”. Dal 1° gennaio 2026 le cifre si aggiornano, e questa volta il punto chiave è la rivalutazione legata all’inflazione, con un meccanismo a fasce che vale la pena capire bene, perché cambia l’aumento a seconda dell’importo.
Cosa cambia dal 1° gennaio 2026 (il dato che conta)
Per il 2026 è prevista una rivalutazione provvisoria dell’1,4%, calcolata sull’inflazione acquisita del 2025 comunicata da Istat. È “provvisoria” perché l’indice definitivo può portare a un conguaglio successivo.
Due riferimenti pratici aiutano a orientarsi:
- Trattamento minimo 2026: circa 611,85 euro.
- Soglia delle 4 volte il minimo: circa 2.447 euro lordi mensili, entro cui l’aumento si applica al 100%.
Il quadro nasce dal decreto del 19 novembre 2025 (Ministero dell’Economia e Ministero del Lavoro), poi tradotto operativamente negli aggiornamenti INPS per importi e pagamenti 2026.
La perequazione “a scaglioni”, come funziona davvero
La rivalutazione non è uguale per tutti. La perequazione lavora per fasce, cioè percentuali diverse a seconda di quanto è alta la pensione rispetto al trattamento minimo.
Ecco lo schema, espresso con percentuali e con l’effetto reale sull’1,4%:
- Fino a 4 volte il trattamento minimo (fino a circa 2.447 euro lordi): rivalutazione al 100%, quindi +1,4%.
- Tra 4 e 5 volte il minimo (da circa 2.447 a 3.059 euro lordi): rivalutazione al 90%, quindi circa +1,26%.
- Oltre 5 volte il minimo (oltre circa 3.059 euro lordi): rivalutazione al 75%, quindi circa +1,05%.
Questa gradualità è il motivo per cui due pensioni “non troppo distanti” possono vedere aumenti diversi.
Esempi di aumenti: quanto si vede in euro
Per non restare nel vago, ecco alcune simulazioni lordo su lordo (poi sul netto incidono IRPEF e addizionali regionali e comunali).
| Pensione lorda mensile (circa) | Fascia | Percentuale stimata | Aumento lordo | Nuovo lordo |
|---|---|---|---|---|
| 611,85 € (minima) | 100% | 1,4% | +8,57 € | 620,42 € |
| 1.000 € | 100% | 1,4% | +14,00 € | 1.014,00 € |
| 1.500 € | 100% | 1,4% | +21,00 € | 1.521,00 € |
| 2.600 € | 90% | 1,26% | +32,76 € | 2.632,76 € |
| 3.200 € | 75% | 1,05% | +33,60 € | 3.233,60 € |
Se invece ragioni “a spanne” sul netto, tieni a mente una cosa semplice: l’aumento netto può sembrare più piccolo perché una parte viene “mangiata” dalle trattenute fiscali. Per questo, quando leggi esempi in rete, spesso trovi cifre diverse da persona a persona.
Perché molti lo percepiscono come un aumento modesto
Qui entra in gioco la vita reale. Anche con un +1,4%, diversi osservatori e alcune organizzazioni sindacali sottolineano che:
- l’incremento può essere insufficiente rispetto ai rincari accumulati negli anni recenti,
- la differenza tra lordo e netto rende l’aumento meno “visibile” sul conto,
- si torna spesso sul tema di una possibile riduzione della pressione fiscale sulle pensioni per rendere più efficace la rivalutazione.
In più, circola anche l’ipotesi di un 1,7% per il 2025, ma il riferimento più solido resta l’1,4% comunicato come base provvisoria.
Il dettaglio da non perdere: il conguaglio nel 2027
Questa rivalutazione è un’anticipazione calcolata su dati non ancora definitivi. Se l’indice Istat finale del 2025 sarà diverso, potrà arrivare un conguaglio nel 2027, in aumento o in diminuzione, a seconda dello scostamento.
In pratica, la risposta alla domanda “quali sono le nuove cifre?” è questa: dal 2026 parte un riallineamento dell’1,4%, ma modulato a scaglioni (1,4%, 1,26%, 1,05%) e con un possibile aggiustamento più avanti. Il risultato, spesso, è un incremento reale in euro che c’è, ma che si sente soprattutto quando fai i conti fino all’ultimo centesimo.




